Il fronte ribelle porta la democrazia nelle piazze, all’avvio del ‘trumpismo’.

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Le parole che meglio descrivono lo stato d’animo degli Stati Uniti e del mondo che inorridisce per l’arrivo e l’avvio del ‘trumpismo’ sono state scritte, a mio avviso, dall’articolo di apertura di Politico in cui si poteva leggere : “Che siate pronti o meno, il momento è arrivato”. E vale per tutti. Del resto, qui, negli USA (almeno la parte avversa a #TheDonald n.d.t), ha intuito (anche grazie alla pronta reazione delle donne americane che marceranno già domani #J21 contro il miliardario-newyorkese n.d.t) che non c’è tempo da perdere. Neanche fosse un secondo o un attimo.
Infatti, uno dei primi obiettivi per cui si è lavorato con molto impegno qui in America – non appena tutti sono riusciti a reagire all’iniziale schock della vittoria all’#ElectionDay dell’#8N2016 – era quello di farsi trovare pronti per il giorno dell’insediamento, ossia oggi, 20 gennaio.
Tutti i movimenti americani sono dunque pronti a rovinare la giornata dell’investitura del presidente, con il più basso indice di gradimento popolare (nei giorni scorsi si è addirittura parlato che solo il 40% degli americani tifa per il “palazzinaro” n.d.t), un record questo del tutto negativo e che potrebbe innervosire non poco il nuovo presidente.
Ma al di là di tutto, la Resistenza che inizia ufficialmente oggi, non sarà per nulla agevole o indolore e, qui, in questa America ferita e disillusa, ne sono tutti consapevoli e per primo, lo sono gli attivisti che in queste settimane hanno lavorato alacremente per questo primo appuntamento con le proteste che dovranno essere solo, un primo ma significativo passaggio della difesa che attende tutti i cittadini statunitensi che hanno a cuore la difesa dei diritti civili e fondamentali, come ha ricordato ieri Obama nella sua ultima conferenza stampa da presidente : se sarà necessario, ci sarà anche la voce di Barack Obama per fermare #TheDonald e il suo staff presidenziale nell’obiettivo di riportare indietro le lancette dell’orologio della storia americana fatta di conquiste e di diritti fondamentali irrinunciabili. 

-Le voci contro Trump 

Il battesimo delle proteste e delle manifestazioni contro la presidenza Trump/Pence ha visto una prima avvisaglia, una sorta di “prova generale” a New York, dove sotto la Trump Tower, gli attivisti hanno ricordato al miliardario-razzista che non potrà impunemente implementare le promesse elettorali razziste, xenofobe, misogine : non gli sarà permesso. Nel modo più assoluto. Tra le voci di questa prima protesta c’erano organizzatori di eccezione come Michael Moore, Mark Ruffolo e quel Alec Baldwin che, ogni (maledettissmo!) sabato al Saturday Night Live mette in atto, una parodia spietata e crudele di #TheDonald e, che il nuovo presidente incassa di malavoglia. Anzi pare che vada su tutte le furie…
L’appuntamento di New York però ha confermato un dato molto importante e che era già emerso nelle settimane, infuocate della cosiddetta transizione “tra i due presidenti” : da New York a Los Angeles, le grandi città statunitensi daranno battaglia su alcuni temi che sono alla base del “programma distruttivo” che l’amministrazione capitanata da #TheDonald dice di voler attuare. Si tratta di temi per nulla banali né secondari come il clima e il destino dei migranti. Si tratta di una serie di sindaci che si coalizzeranno (con il sostegno decisivo degli attivisti e dei rispettivi movimenti n.d.t) quasi come fossero un partito, come ha spiegato, nei giorni che hanno preceduto l’insediamento del 45° presidente USA; Benjamin Barber, professore e politologo che è dell’avviso siano proprio le città – con i loro primi cittadini – a fermare il “collasso delle democrazie” e, a salvare tutti noi dalla furia distruttrice di Trump. 
E a ben vedere questa tesi ha trovato conferma proprio dalla prima protesta contro #TheDonald, a New York.  Tra i primi ad aderire è stato proprio Bill De Blasio, sindaco della Grande Mela che, come un attivista qualsiasi ha chiamato a raccolta tutti coloro che hanno intenzione di far sentire la loro vece dissonante e contraria all’indirizzo del nuovo presidente. Proprio come #TheDonald ha usato Twitter, Facebook e usando le consuete mailing-list ha esortato tutti i suoi concittadini a raggiungerlo. Si tratta di una mossa del tutto insolita ma alla quale dovremo sempre più abituarci, nell’era del ‘trumpismo’. 

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-La democrazia in piazza (ai tempi del ‘trumpismo’)

Nell’avvio del nuovo corso che ha come programma principale quello di portare una serie di attacchi micidiali sul fronte dei diritti civili e su quello dei diritti umani   – al di là della retorica  che #TheDonald userà nel discorso dell’inaugurazione – che mettono in serio pericolo la qualità della democrazia (per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi a queste latitudini, non che prima di Trump e la sua folta squadra di estrema destra, le cose fossero tutto perfette), appare chiaro che ora, gli americani dovranno sempre più vigilare se, non vorranno cadere nel dramma di un “regime dichiaratamente fascista”, come denuncia l’ala più estrema della sinistra americana. 
Insomma la lotta e la resistenza sarà sempre più giocata in parallelo : da una parte ci saranno le piazze ma, in contemporanea, si dovranno muovere quei deputati che sono all’interno dei palazzi della politica americana per rendere impossibile il disegno reazionario di questa nuova presidenza. Ecco perché, dalle colonne di The New Yorker, Jelani Cobb, ha scritto che : ” La presidenza di Donald Trump potrebbe segnare il ritorno della disobbedienza civile, come insegnano gli anni sessanta”.
Il motivo è molto semplice, almeno secondo l’opinione di Cobb che in un recente articolo apparso appunto, sulle colonne del noto magazine statutinense, spiega : “Se Trump mantenesse  anche solo metà delle promesse fatte in campagna elettorale, il panorama politico statunitense subirebbe un cambiamento radicale. Questa prospettiva – ricorda  Cobb – rimanda a un altro fenomeno degli anni sessanta : la convinzione che ‘la democrazia è nelle piazze'”. Secondo Cobb, storicamente, i movimenti che hanno saputo incidere sulla politica americana fino a indurre i politici, i parlamentari a varare leggi che rispondessero ai bisogni sociali dell’epoca : per questa ragione, l’opinionista conferma che le minacce lanciate dalla squadra presidenziale di #TheDonald potrebbero portare alla nascita di importanti movimenti un po’ come, è accaduto a partire dal 2014 quando, la comunità afroamericana ha dato vita al nuovo movimento #BlackLivesMatter, nato per denunciare la brutalità razzista della polizia americana che spesso e volentieri si è trasformata in vere esecuzioni sommarie dettate dall’odio razziale lo stesso che anima molti ministri del governo di #TheDonald.
Di pari passo a questo ritorno della “democrazia nelle piazze” si assiste a una nuova resistenza che parte proprio da dentro ai palazzi del potere e della politica : sono i nuovi punti di riferimento della cosiddetta sinistra istituzionale, la quale è chiamata a impegnarsi se vuole riuscire nell’impresa di sbarrare la strada distruttiva di #TheDonald ma anche del vecchio Gop che, su alcuni temi specifici – come le lobby delle armi o sulla cancellazione della riforma sanitaria voluta da Obama – la pensa esattamente allo stesso modo dii Trump. Questa sinistra istituzionale è rappresentata dal “socialista” Sanders, Elizabeth Warren oppure Cory Booker che se la devono vedere con esponenti del ‘trumpismo’, francamente indifendebili come, nel caso della miliardaria Betsy DeVos – chiamata a occuparsi di istruzione da #TheDonald -, la quale si è detta non contraria alla presenza delle armi nelle scuole. 

I Tempi sono questi e, davanti a questa destra rampante che alza la testa come non aveva mai fatto nell’ultimo mezzo secolo a queste latitudini non si può perdere tempo e, il messaggio che arriva da questo primo giorno del ‘trumpismo’ è esattamente questo : tutti sono pronti a fare la loro parte nei prossimi mesi (e anni).
Lo scenario è delineato : manifestazioni per le strade e ostruzionismo duro e puro nei palazzi del potere : solo così si può fermare Trump. 
Cobb, nel concludere il suo articolo scrive : “Forse il Congresso non controllerà il nuovo presidente, ma la democrazia potrà germogliare negli stati, nei tribunali e, addirittura nelle prossime elezioni ma, anche come ci insegnano gli anni sessanta, nelle piazze”.
(Fonte.:thenewyorker;politico)
Bob Fabiani
Link
-www.newyorker.com;
-www.politico.com             

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