Da Bocca di Rosa a Gesù, così De Andrè si raccontava

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Roma – Chissà cosa avrebbe pensato Fabrizio De Andrè se fosse vissuto abbastanza da sentire l'Accademia di Svezia assegnare il premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. Lui che in un'intervista a Vincenzo Mollica pochi mesi prima di morire, l'11 gennaio 1999, raccontava: "Benedetto Croce diceva che fino ai diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore". Nel corso degli anni De Andrè ha parlato molto delle sue canzoni, i testi delle quali sono stati sopesso inseriti in antologie scolastiche. In una serie di interviste che ho raccolto per il libro di Italo Moscati '1970 – Addio Jimi' edito da Marsilio nel 1999, De Andrè ha raccontato situazioni e curiosità legate ai suoi brani più noti. Ecco di seguito le più interessanti.

I testi delle canzoni di Fabrizio De Andrè sono stati inseriti in molte antologie. La prova che le canzoni possono essere considerare letteratura, cosa che oggi è ufficializzata dal Nobel a Bob Dylan.

"Per quanto riguarda l'ipotesi della differenza tra poesia e canzone, io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori e arti minori. Casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi, se si deve parlare di differenza tra poesia e canzone, credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati tecnici. (…) Il fatto che testi delle mie canzoni siano inseriti nelle antologie scolastiche mi imbarazza perché, fondamentalmente, mi fa piacere. Provo imbarazzo di fronte a questa mia piccola vanità".

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(Intervista di Vincenzo Mollica – Speciale De Andrè – Raidue, 13-1-1999)

Figlio di un professore di filosofia allievo di Benedetto Croce, De Andrè non amò mai la disciplina e gli studi regolari. La sua anarchia si palesò fin da bambino e preferì sempre la strada, la conoscenza diretta della vita, alla cultura istituzionale. Questo suo antico legame col mondo delle cosiddette minoranze è alla base di tutti i componimenti di De Andrè, fino all'ultimo disco scritto con Ivano Fossati, 'Anime Salve'.

"Oggi maggioranza ha un significato numerico, ma deriva dal termine latino "maior" che al plurale fa "maiores". I "maiores" nel mondo latino erano coloro che detenevano i privilegi ed esercitavano l'autorità ed il potere. Oggi questi "maiores" sono diminuiti di numero, ma la loro diminuzione è direttamente proporzionale all'aumento in loro favore dei privilegi, dell'autorità, del potere ormai pressoché illimitati. I "minores" (…) saremmo poi tutti noi, al di là del mestiere che facciamo. Credo che sia per questo che la gente tende ad identificarsi con le minoranze emarginate".

("La canzone d'autore italiana 1958-97" di Paolo Jachia – Feltrinelli – 1998)

All'origine di una delle canzoni più celebri di De Andrè, "Via del Campo", scritta nel 1967, c'è proprio il racconto di una  delle più emozionanti esperienze da lui vissute con i suoi amici "zingari" nel mondo degli emarginati. 

"Passavo spesso da via del Campo, la strada dei travestiti. Una volta salii in camera con un certo Giuseppe, che si faceva chiamare Joséphine e mi apparve come una bellissima ragazza bionda. Ma, una volta venuti al dunque, scoprii facilmente che era un uomo e che non era ancora andato a Casablanca. Senonché era talmente bella e aveva un seno così strepitoso che restai ugualmente. Ci fu un rapporto, per così dire, orale. Anzi, ce ne furono più d'uno. Ridiscesi e sotto, ad aspettarmi, c'erano Villaggio e Giorgio Leone, un altro amico. Feci loro un racconto dettagliato dell'incontro, come era nelle nostre abitudini. Dissi che la mia "compagna" occasionale aveva una ventina d'anni e assomigliava a Franca Rame e solo alla fine precisai: "C'è solo un problema, ha l'uccello". Loro cominciarono a sghignazzare e a prendermi in giro. Ma poi tornarono in via del Campo, per più di un mese, a cercare il mio amico Giuseppe".

("Amico fragile" – F.De Andrè-C.G.Romana – Sperling&Kupfer – 1991)

Il ricordo è stato un elemento fondamentale nella poetica di De Andrè. Per capire bene cosa c'è dietro a brani come "Bocca di Rosa" o "La canzone di Marinella" bisogna ritornare indietro alla fine degli anni '50.

"Talvolta il ricordo mi arrivava da molto lontano, dai balli a palchetto nelle campagne astigiane degli anni '50 dove un paio di labbra impasticciate di viola, la cucitura di una calza di seta che scompariva nella "terra promessa", il balcone dipinto di verde della casa di mia nonna diventavano i particolari di una memoria diversa e più recente, dalle labbra di Bocca di rosa alla disperata attrazione per la stanza semibuia di via del Campo. Altre volte affioravano in superficie immagini di realtà descritte da altri come la tragica fine di Marinella e io, mosso da un sentimento di pura pietà e tentando di restituirla ad una morte meno drammatica che ne prevedesse necessariamente una vità più fortunata, ne agganciavo la figura ad una fidanzatina con cui si andava con torpedone e coperta ad amoreggiare sulle alture di Camogli".

("La lingua cantata" a cura di L.Serianni-G.Borgna – Ed.Garamond)

La sua indipendenza intellettuale ha fatto sì che partecipasse alle lotte studentesche in maniera anomala ma non meno intensa di molti suoi colleghi "impegnati". Il 1970 è un anno fondamentale per l'Italia e, nel momento in cui la contestazione nata nel Sessantotto assume connotazioni violentissime, l'anarchico De Andrè pubblica un disco sulla storia di Gesù Cristo, "La buona novella".

"Scrissi "La buona novella" nel 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente, che sono poi sempre la maggioranza, compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Dicevano: "Come, noi andiamo a lottare fuori dall'università contro abusi e soprusi e tu ci vieni a raccontare la storia, che peraltro già conosciamo, di Gesù Cristo. Non avevano capito che "La buona novella" era un'allegoria che si precisava nel paragone tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del Sessantotto e istanze, dal punto di vista spirituale certamente più elevate ma da un punto di vista etico-sociale simili, che un signore millenovecentosessantanove anni prima aveva portato avanti contro gli abusi del potere e i soprusi dell'autorità in nome di un legalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi".

(Concerto a Roma del 13-2-98  – Speciale De Andrè – Raidue, 13-1-1999)

Le canzoni di De Andrè hanno trattato spesso il tema della morte, a partire dal lontano 1964 quando ci regalò le bellissime "La guerra di Piero" e "La canzone di Marinella". Un legame dettato dall'attaccamento e dal rispetto per la vita che ha sempre professato e cantato.

"Ho paura della morte. Non tanto la mia, che in ogni caso quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno. Lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi certamente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo".

(Intervista di Vincenzo Mollica – Speciale De Andrè – Raidue, 13-1-1999)

@andreacauti

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