Usa: Obama, "se c’ero io con Trump vincevo" e altri sassolini

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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/12/2016

Mentre i repubblicani imbarazzano l’America, mischiando il Natale con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, che un che di biblico lo ha, ma in senso apocalittico, Barack Obama si prende qualche soddisfazione ‘last minute’ e si concede qualche libertà in politica estera, specie con Israele –lui e Benjamin Netanyahu non si sono mai potuti sopportare l’un l’altro -. Il messaggio di Natale all’America e al Mondo suo e di Michelle è un capolavoro di sobrietà, di misura, di efficacia: già lo rimpiangi, prima ancora che se ne vada; anche perché sai quel che ti aspetta.
Trump, dal canto suo, fatta la squadra, ha un po’ ridotto il ritmo dei tweet. Adesso, sta progettando come cancellare, nei suoi primi cento giorni, l’eredità e il lascito del suo predecessore. A toglierlo dai libri di storia, però, non ci riuscirà: ci resterà di sicuro, come primo presidente nero Usa. Ma pure Donald una citazione se l’è già guadagnata: è il presidente più ricco mai eletto, il più anziano ad entrare per la prima volta alla Casa Bianca – Ronald Reagan compì 70 anni tre settimane dopo l’insediamento, lui li ha già compiuti da oltre sei mesi – e, sulla carta, il meno competente.
Obama è sicuro che, se fosse stato lui l’avversario del magnate e showman, avrebbe di nuovo vinto: lo dice in un’intervista alla Cnn con il suo consigliere David Axelrod. Peccato che un emendamento della Costituzione vieti un terzo mandato. “Se avessi potuto correre e avessi spiegato la mia visione – dice -, ritengo che avrei potuto mobilitare la maggioranza degli americani”. Secondo il presidente, i suoi connazionali “condividono la direzione verso cui ci stiamo muovendo” e possono ancora essere mobilitati dai suoi messaggi di “speranza e cambiamento”.
Nell’intervista, Obama torna a criticare i democratici, che hanno ignorato interi segmenti dell’elettorato, facilitando la vittoria di Trump, e ad elogiare Hillary Clinton e la sua prestazione, “in circostanze difficili”, penalizzata dal doppio standard impostole. L’onere della prova era sempre a carico suo, mentre il suo rivale passava indenne tra uno scandalo e una menzogna. Nonostante ciò l’ex first lady ha avuto oltre due milioni di voti popolari in più del suo rivale, che ha però prevalso con i Grandi Elettori, che è quel che conta.
Intanto, è a Pearl Habour il premier giapponese Shinzo Abe: restituisce la visita fatta a fine maggio dal presidente statunitense a Hiroshima, a margine del Vertice del G7. Parallelo il copione: Obama non si scusò per l’atomica sganciata il 6 agosto 1945 sulla città; e Abe non si scuserà per l’attacco di sorpresa condotto dall’aviazione nipponica contro la base alle Hawaii il 7 dicembre 1941, che fece circa 2.400 vittime e che innescò l’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale.
Obama è stato il primo presidente Usa a Hiroshima; Abe, invece, non è il primo premier nipponico in esercizio a visitare Pearl Harbor. Nel 1951, dopo avere firmato a San Francisco il trattato di pace, l’allora premier Shigeru Yoshida si fermò a Pearl Harbour e depose una corona di fiori al memoriale delle vittime. Alle Hawaii, in queste ore, c’è pure Ivanka Trump, la figlia del presidente eletto: presenza inopinata, ma che non ha nulla a che vedere con quella di Obama ed Abe: è lì con il marito Jared Kushner e i tre figli per festeggiare Hanukkah, che quest’anno coincide con il Natale.
In mezzo al Pacifico, giungeranno ovattati a Obama gli echi delle polemiche israeliane, dopo l’astensione degli Usa all’Onu su una risoluzione che condanna gli insediamenti nei Territori. Votando no, come quasi sempre fatto in passato in analoghe circostanze, gli Stati Uniti, che all’Onu hanno diritto di veto, avrebbero bloccato la risoluzione. L’astensione, che gli israeliani considerano “frutto di un complotto”, ne ha invece permesso l’adozione.

Netanyahu ha bollato il voto come una vergogna, ha annunciato che Israele non la rispetterà – sarà l’ennesima violazione israeliana di un documento internazionale -, ha sospeso i versamenti all’Onu, ha congelato le relazioni diplomatiche con i Paesi che hanno votato sì, fra cui Gran Bretagna, Francia, Spagna, Giappone. Per evitare il voto, il premier aveva pure chiesto l’aiuto di Trump, che non aveva esitato ad esercitare pressioni, specie su un suo futuro buon amico, il presidente egiziano generale al-Sisi.

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