Usa: Cia/Fbi, quando l’intelligence ci mette il dito (e il naso)

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Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/12/2016  Chi di Fbi ferisce, di Cia perisce; o, almeno, rischia di farlo. Nelle ultime battute della campagna per Usa 2016, James Comey, il direttore della polizia federale, aveva giocato sporco a due riprese a favore di Donald Trump, riaprendo e richiudendo a comando l’inchiesta sull’emailgate contro Hillary Clinton. E adesso la Cia del direttore uscente John Brennan, di osservanza democratica, semina di trappole la strada verso la Casa Bianca del presidente eletto. Per l’intelligence americana, hacker russi “aiutarono Trump a vincere” le elezioni: alla Casa Bianca starebbe per andare un uomo votato più da Putin che dai cittadini americani (che, in effetti, hanno dato più suffragi popolari alla sua rivale). Il magnate replica via twitter: “E’ l’ora di guardare avanti”, che richiamerebbe il pre-machiavellico ‘cosa fatta capo ha’, se non fosse integrato dall’inevitabile “e di rifare grande l’America”. il suo staff, invece, segna un autogol: “La Cia sono quelli che dissero che Saddam aveva armi da sterminio”: certo, ma a dare loro retta all’epoca fu un’Amministrazione repubblicana, alle cui direttive gli 007 americani s’adeguavano. In questa transizione eccezionalmente stridente, fra Barack Obama e il suo successore, lo scontro fra il vecchio e il nuovo si combatte su più terreni, mentre le speranze democratiche e progressiste di bloccare Trump sulla soglia della Casa Bianca sono ridotte al lumicino, dopo che un giudice ha detto stop alla riconta dei voti nel Michigan. Salvo l’inedita ribellione di decine di Grandi Elettori, il 19 dicembre, quando si riunirà il Collegio Elettorale, Trump sarà ufficialmente confermato presidente. A quel punto, le punture di spillo fra chi lascia e chi subentra saranno solo testimonianza dello iato fra le due Amministrazioni. La Cia di Obama, ad esempio, è timorosa che si rimetta in discussione l’accordo sul nucleare con l’Iran e che si torni, nella lotta contro il terrorismo, a torture ammesse dall’Amministrazione Bush e poi bandite, come il ‘waterboarding’, di cui Trump ha più volte fatto l’elogio. Brennan avverte che denunciare l’intesa con Teheran sarebbe “disastroso”. Ma il suo successore designato Mike Pompeo, deputato del Kansas, Tea Party, origini italiane, considera “una priorità” cancellare l’accordo “con lo Stato che è il principale sostenitore del terrorismo nel Mondo”. La squadra di Trump non è concorde, sul tema. Il nuovo segretario alla Difesa, James N. Mattis, un ex generale che comandò una divisione dei Marines a Baghdad durante l’invasione dell’Iraq nel 2003, ha diffidenze verso Teheran, ma non intende stracciare il patto sul nucleare. Per contro, il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael T. Flynn, altro ex generale, è ossessionato dallIran, un po come Pompeo. La crociata degli hacker dalla Russia per Trump (e contro Hillary) non è un tema inedito. Il WP lo ritira fuori mentre il presidente eletto prosegue nello Iowa il giro di ringraziamento degli elettori, spesso giocato su slogan protezionistici:Comprate americano, assumete americani. Il Washington Post cita una valutazione segreta della Cia, secondo cui Mosca sarebbe intervenuta, con i suoi hackers, nelle elezioni statunitensi non per minare la fiducia dei cittadini nel sistema e nella democrazia, ma proprio per favorire Trump. Gli 007 statunitensi avrebbero individuato personaggi legati al governo russo che avrebbero fornito a Wikileaks migliaia di email hackerate ai danni del partito democratico e di altre organizzazioni collaterali alla campagna Clinton. Le conclusioni della Cia sarebbero già state presentate a senatori statunitensi. Il presidente Obama ha appena disposto una verifica "completa" delle attività di hackeraggio collegabili a Usa 2016, chiedendo un rapporto esaustivo prima che lasci la Casa Bianca il 20 gennaio. Trump, però, pare più attento a quel che si dice di lui e del suo show ‘The Apprentice’ che ai dati dell’intelligence. La Cnn riferisce che il presidente magnate snobba i briefing delle agenzie d’informazione – ne ascolta uno la settimana e delega gli altri al suo vice Mike Pence, mentre Obama vi partecipa sei giorni su sette -. Trump è invece solerte nello smentire le voci di un impegno attivo nel suo show anche dalla Casa Bianca: ''Non ho nulla a che fare con The Apprentice, tranne il fatto che l'ho ideato e che vi ho una grossa partecipazione azionaria. Non vi dedicherò neanche un minuto'', puntualizza, senza però negare conflitti d’interesse potenziali.

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