Usa: Trump/Obama, frizione continua, persona dell’anno che divide

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Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 08/12/2016
Time lo ha scelto come persona dell’anno – ed era quasi scontato -. Ma la motivazione non è proprio lusinghiera. Per il settimanale, Donald Trump è il "presidente degli Stati divisi d'America": batte Hillary Clinton, ormai insignita del titolo di ‘eterna seconda’, e una terna di personaggi discussi e discutibili, il russo Putin, il turco Erdogan – due suoi amichetti prossimi venturi – e pure l’ideatore di Facebook Zuckerberg, uno che è tutto meno che simpatico.
E’ la 90° volta che Time assegna la prestigiosa copertina. La galleria dei vincitori comprende i satana del XX Secolo: Adolf Hitler fu uomo dell’anno nel ‘38, Josif Stalin lo fu due volte in tempo di guerra. Time segnala che è difficile misurare l’intensità del terremoto Trump sulla politica e l’economia americana e mondiale: "Davanti a questo barone dell'immobiliare e proprietario di casinò diventato star di un reality e provocatore senza mai aver passato un giorno da uomo pubblico e senza avere mai gestito altro interesse che il suo, ci sono le rovine fumanti di un vasto edificio politico che ospitava partiti, politologi, donatori, sondaggisti, tutti quelli che non lo avevano preso sul serio e non avevano previsto il suo arrivo” alla Casa Bianca. L’avvicinamento di Trump all’inaugurazione del suo mandato, il 20 gennaio, è tutt’altro che discreto: ogni giorno che passa, il fossato tra il presidente eletto e quello uscente s’allarga. Trump, che pensa d’arrivare sul Campidoglio in elicottero, piccona il lascito di Barack Obama: i grandi disegni internazionali, Cuba, l’Iran, gli accordi commerciali multilaterali; e le riforme interne, cominciando da quella sanitaria; ed anche le decisioni spicciole e politicamente insignificanti, com’è la commessa alla Boeing per il nuovo AirForceOne. Dallo Studio Ovale, Obama replica: “L’elezione di Trump non cancellerà le conquiste fatte”; ma non ci crede neppure lui. Capita che le impuntature del magnate, spesso affidate ai suoi micidiali tweet ad ore impossibile, roba da mattutino dei monaci di clausura, siano frutto di disinformazione o di malanimo – con l’aereo della Boeing se l’è presa subito dopo che l’azienda di Seattle aveva contestato la sua volontà di aprire contenziosi economici con mezzo Mondo, citando cifre assolutamente sballate -. Ma capita pure che si rivelino meno ingenue di quanto lui stesso non le voglia fare apparire. Un esempio: la criticatissima telefonata con la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen non sarebbe stata affatto casuale – “Ho risposto a una telefonata ricevuta: che male c’è?” -, ma sarebbe anzi stata frutto di mesi di lavorio preparatorio di Bob Dole, candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 1996 e una sorta di curatore degli interessi dell’isola tra Usa e Cina. Per riparare un po’ i danni, il presidente magnato ha scelto come ambasciatore a Pechino un vecchio amico del presidente Xi, il governatore dello Iowa Terry Branstad: una decisione bene accolta, ma che non basta certo a sciogliere tutti i nodi del contenzioso Usa-Cina. Trump ha proseguito il suo giro di ringraziamento degli elettori americani in North Carolina e ha ieri aggiunto un tassello alla sua squadra, scegliendo come responsabile della Sicurezza interna l’ennesimo generale, John Kelly, un marines proprio come James ‘cane pazzo’ Mattis,  il nuovo capo della Difesa Usa. Nomine che richiedono una deroga del Congresso alle attuali norme: “Se non ci stanno – ha detto Trump in North Carolina, con Mattis accanto -, saranno in molti ad arrabbiarsi”. Kelly, 66 anni, non è un patito di Trump: ufficiale duro e rigoroso, un figlio caduto in Afghanistan nel 2010, ha collaborato in fasi diverse con l’Amministrazione Obama e dovrà gestire dossier delicati e prioritari come il controllo dell’immigrazione e la gestione degli ‘irregolari’. Per il segretario di Stato, la casella più importante rimasta vuota, bisogna ancora attendere. Un altro generale, Michael T. Flynn, che sarà consigliere per la Sicurezza nazionale, ha invece perso qualche punto: suo figlio, Michael G., che era nel ‘transition team’ del presidente eletto, ne è stato cacciato perché diffondeva sui social notizie false e diffamanti su collaboratori di Hillary Clinton, accusati senza prova di pedofilia e altre nefandezze.

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