Usa/Ue: Obama, l’ora degli addii. Trump, l’ora dell’ansia

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Scritto per AffarInternazionali.it e pubblicato il 23/11/2016


Il presidente Obama è ormai entrato nel cono d’ombra della sua parabola: la sua ultima missione all’estero, in Europa per i commiati di rito e in Perù per un vertice dell’Apec, è stata un incontrarsi per dirsi addio – e per archiviare alcuni pezzi incompiuti del suo doppio mandato -.

In Perù, soprattutto: la partnership trans-pacifica, Tpp, recentemente definita, ma non ancora entrata in vigore, sarà infatti una delle prime vittime della nuova presidenza di Donald Trump, che ne mette l’abrogazione al primo posto della lista delle cose da fare nei primi cento giorni alla Casa Bianca.

Nel documento pubblicato a fine Vertice, i 21 Paesi Apec s’impegnano a continuare a lavorare verso un accordo di libero scambio ed a resistere “a tutte le forme di protezionismo”. Ma Trump vuole sostituire quell’intesa regionale con accordi bilaterali, in cui gli Stati Uniti possano meglio fare valere il loro peso con i singoli interlocutori.

Mentre volava per il Perù, Obama aveva battuto un pugno sul tavolo del Congresso repubblicano, bloccando tutte le nuove trivellazioni nell’Artico, perché quell’ambiente è “unico e difficile”. Ma Trump ci metterà un rigo di penna a cancellare pure questa decisione, come a ripristinare il gasdotto Keystone dal Canada al Texas.

Arrivederci ai giardinetti della storia

In Europa, più cha addii, per Obama sono stati arrivederci: sulle panchine, ai giardinetti della storia. Perché quello di Berlino è stato il Vertice delle anatre zoppe: con la padrona di casa Angela Merkel, c’erano il presidente francese Fracois Hollande e i premier britannico Theresa May, spagnolo Mariano Rayoj e italiano Matteo Renzi, alcuni attesi a breve da appuntamenti elettorali determinanti per la loro sopravvivenza politica, altri in condizioni di governo precarie.

Espressioni d’amicizia spesso sincere, sorrisi un po’ tirati, strette di mano e pacche sulle spalle: se ne va un decano della combriccola transatlantica – solo la Merkel ha un’anzianità di servizio superiore -, si chiude una pagina lunga otto anni, se ne sta per aprire un’altra densa, per il momento, di punti interrogativi. Erano tutti lì, i leader europei, con un orecchio a Washington e con un occhio a casa loro, dove molti hanno problemi grossi – alcuni non sono neppure sicuri di avere il tempo d’incontrare il presidente Trump -.

Chi sperava che Obama spiegasse ai partner l’America che verrà è rimasto deluso (ed è ripartito preoccupato): se l’arrivo di Trump alla Casa Bianca “non è l’apocalisse”, ma solo perché “la fine del Mondo è quando il Mondo finisce”, l’analisi del presidente uscente equivale a “fin che c’è vita c’è speranza”. E l’invito a lavorare col suo successore per cercare soluzione “ai problemi comuni”, sulla base “dei valori condivisi”, suona ovvio e non troppo convinto.

Obama era seduto tra la Merkel e Matteo Renzi, nel Vertice nella Cancelleria. Dall’incontro non scaturiscono decisioni, ma piuttosto labili indicazioni: le sanzioni alla Russia per l’Ucraina restano, almeno fino a che Trump non s’insedierà alla Casa Bianca; e in Libia ci vuole un governo stabile. Di immigrazione, assicura la Merkel, non s’è parlato, perché gli europei non volevano affliggere Obama con lo spettacolo delle loro divisioni.

La nostalgia d’Obama e l’attesa di Trump

Formalmente, il 45° presidente degli Sati Uniti s’insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, l’Inauguration Day. Ma, fin dai primi momenti dopo l’Election Day, l’8 novembre, parole e mosse di Trump sono state vagliate e scrutate per cercare di capire se, e in che misura, il presidente sarà diverso dal candidato, che aveva impressionato per il suo linguaggio più brutale che franco e per le posizioni sessiste e razziste, anti-immigrati e anti-musulmani, pro-armi e pro-vita (cioè, favorevoli alla cancellazione del diritto all’aborto, restituendo agli Stati dell’Unione il compito di legiferare in merito, com’era fino al 1973).

Una certa tendenza giornalistica ad allinearsi al potere, più forte da noi che in America, alimenta, dopo l’Election Day, l’ipotesi – e forse l’illusione – che Trump, da presidente, cambierà registro.

In realtà, quasi tutte le sue dichiarazioni e le sue prime scelte nella composizione della squadra di gestione e di governo sono state coerenti con l’immagine e i programmi della campagna elettorale: conferma dell’intenzione d’alzare e allungare la barriera tra Stati Uniti e Messico e di espellere milioni di immigrati irregolari; conferma dell’intenzione di abrogare, almeno in parte, la riforma sanitaria del suo predecessore, che non lascia i poveri senza assistenza; conferma dell’intenzione di rimettere in discussione gli accordi commerciali esistenti o in fase di negoziato – oltre al Tpp versante Pacifico, la Nafta con Messico e Canada e il Ttip versante Atlantico -.

E, mentre la scelta degli uomini dell’Amministrazione fa scorrere davanti agli occhi il film d’un’America nostalgica del segregazionismo e tutta ‘Law & Order’, ben diversa da quella d’Obama, variegata e progressista, in politica estera si profila una svolta nei rapporti con la Russia che può modificare il contesto in Europa e nel Medio Oriente. Il presidente siriano Bachar al-Assad saluta in Trump “un alleato naturale”, il premier israeliano Benyamin Netanyahu attende un rilancio dell’amicizia israelo-americana.

Gli scongiuri della cancelliera

Il viaggio di commiato di Obama in Europa – un passaggio ad Atene, prima del clou a Berlino – lascia una scia di rammarico e di preoccupazione: rammarico per l’uscita di scena di un leader carismatico e affidabile; preoccupazione per l’arrivo di un successore inesperto e inaffidabile, che, durante tutta la campagna elettorale, ha avuto poca attenzione e zero considerazione per i partner e gli alleati europei. E che, una volta eletto, si fa un baffo del protocollo e non risponde agli alleati che lo chiamano o gli scrivono.

Da un consulto a caldo fra i ministri degli Esteri europei, il 13 novembre, era già emersa grande e diffusa inquietudine, sensibile specie in Polonia e nei Baltici, timorosi dell’impatto su di loro dell’eventuale riavvicinamento Usa-Russia.

Una curiosità: non so come facciano gli scongiuri i tedeschi, ma di certo Angela Mekel li ha fatti, quando Obama ha detto che, “se fossi tedesco”, “la sosterrei” alle prossime elezioni, nel settembre 2017. Il presidente ne ha fatto un vero e proprio panegirico: “Angela ha grande credibilità ed è una donna che lotta per i valori … Non avrei potuto avere una partner più affidabile”, con buona pace di tutti gli altri che ambiscono ad essere il miglior amico europeo dell’America.

La cancelliera tedesca avrà subito pensato alle recenti sortite di Obama contro la Brexit ed a favore di Hillary Clinton e avrà mormorato fra sé e sé l’equivalente tedesco del nostro “non c’è il due senza il tre”. Vero è che, di qui a settembre, ci sono altre occasioni perché il proverbio si realizzi.

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