Usa: Trump, il piano dei cento giorni e l’exit della California

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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/11/2016

In testa alla lista delle cose da fare nei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, Donald Trump, che s’insedierà il 20 gennaio, mette il ritiro degli Usa dal patto commerciale con i Paesi del Pacifico, il Tpp, che sarà sostituito da una rete di accordi commerciali bilaterali. Fra le priorità, non c’è il muro anti-immigrazione lungo il confine con il Messico – Trump prevede solo “indagini su tutti gli abusi che riguardano i programmi di rilascio dei visti che danneggiano i lavoratori americani” – e neppure l’abolizione dell’Obamacare e il lancio del piano da mille miliardi di dollari per le infrastrutture. Silenzio pure sulla riapertura dell’inchiesta sulle mail di Hillary Clinton.
Impegni già dimenticati? A parte l’inchiesta su Hillary, che è accantonata, dice Kellyanne Conway, portavoce del presidente eletto, Trump spiega, in un video di due minuti, che, nei suoi primi cento giorni, intende concentrarsi sulle promesse fatte in campagna elettorale che può realizzare senza l’approvazione del Congresso.
Agli ultimi piani del suo grattacielo sulla 5° Strada, Trump lavora su più fronti: oltre al programma dei cento giorni, il completamento della squadra di governo – dove restano vuoti significativi – ed un vero e proprio regolamento di conti con i media. Che non gli danno tregua: il magnate ha appena tacitato con cospicui rimborsi le cause contro la sua Università e il WP già lo accusa di aver usato soldi della sua Fondazione a scopo personale, violando la legge.
Eppure, due settimane dopo l’Election Day, nonostante il carattere ondivago delle mosse finora fatte, una maggioranza di americani – il 53% – pensa che il presidente eletto farà un buon lavoro; e il 40% ha fiducia nella sua capacità di trattare le questioni economiche: come termine di paragone, Obama, Bush jr, Clinton, Reagan avevano, prima del loro insediamento, indici peggiori. Ma la luna di miele del magnate con il suo popolo non è generalizzata: in California, si raccolgono firme per la Calexit, la secessione dello Stato dell’Unione, da sottoporre a referendum.
I primi cento giorni – Trump ha invitato il ‘transition team’ a lavorare perché, fin dal primo giorno, siano restaurati “ordine e giustizia e posti di lavoro”. In un breve messaggio di due minuti e mezzo, il magnate elenca le sue priorità: ‘rottamare’ l’intesa commerciale con 11 Paesi asiatici e del Pacifico, alzare i dazi con la Cina, cancellare alcune norme verdi del presidente Obama e potere così tornare a incrementare la produzione di carbone e di gas naturale. Via subito pure al divieto per chi lavora nell’Amministrazione di fare attività di lobby per cinque anni dopo avere lasciato il proprio incarico.
Iniziative che richiedono un iter legislativo più complesso, e non un semplice ordine esecutivo, saranno attuate successivamente: per almeno due anni, fino alle elezioni di midterm del 2019, l’azione legislativa sarà piuttosto spedita, avendo i repubblicani il controllo del Congresso.
La squadra è ferma – Dopo le nomine fatte la scorsa settimana, la composizione della squadra pare essersi fermata: s’attendono le nomine agli Esteri, al Tesoro, alla Difesa, posti chiave, mentre torna a galla Rudolph Giuliani – se ne parla come capo dell’intelligence nazionale -.
Tra mugugni in famiglia e marette nel suo ‘cerchio magico’, Trump fa sapere con un tweet di volere il leader dell’Ukip Nigel Farage come ambasciatore britannico negli Stati Uniti. Farage, che è stato vicino al magnate in campagna elettorale, definisce il messaggio un “fulmine a ciel sereno”, ma aggiunge: “Sarei utile”. Downing Street, però, fa subito sapere che “il posto non è vacante”.
Lo scontro senza fine con i media – E’di nuovo guerra fra il presidente eletto e i media americani, tv e giornali. Poche ore dopo n burrascoso incontro con le rete televisive, Trump torna ad attaccare su Twitter, prendendosela con quanti cavalcano il tema del conflitto d’interessi. “Prima del voto era ben noto che avevo interessi in tutto il mondo. Solo i media corrotti ne fanno una grande notizia”.
Il presidente eletto ha pure annullato, e poi riconfermato, un incontro con il New York Times, che – altro tweet – “continua a scrivere di me in modo impreciso e con un tono maligno!”.
L’incontro con i network pareva l’occasione per un reale disgelo, o almeno per una tregua. Invece, c’è stata una vera e propria giaculatoria del magnate contro la stampa, che ha ostacolato “in tutti i modi” la sua corsa alla Casa Bianca. Trump ha usato parole durissime, inveendo contro i presenti “falsi e bugiardi”, “disonesti che dovrebbero vergognarsi”.

“Sembrava che gli invitati fossero davanti a un plotone di esecuzione”, hanno riferito testimoni. Diversa la versione della Conway: per la portavoce è stato uno “scambio d’opinioni” eccellente.

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